Come è nato il blog "scillachiese"?

Questo blog nasce dalla fede e devozione che,
questo piccolo gruppo di ragazzi,
ha verso le proprie chiese
e ciò che rappresentano.
Visualizzazione post con etichetta CHIESA DI SAN ROCCO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CHIESA DI SAN ROCCO. Mostra tutti i post

19 ottobre 2008

“SE SOLO CI SOFFERMASSIMO UN MINUTO AD OSSERVARE …”

Spesso, presi da mille pensieri, entriamo nelle nostre chiese senza soffermarci nemmeno un attimo ad ammirare le statue ed i dipinti che le ornano e senza, soprattutto, chiederci l’origine ed il perché di determinate devozioni. Quanti, ad esempio, sanno quali santi raffigurano i tondi dipinti che ornano il tetto della chiesa di San Rocco? E coloro che li conoscono, sanno il perché della loro collocazione nella Chiesa Patronale? Partendo dal presbiterio, i tondi dipinti raffigurano: 1) San Giorgio; 2) San Sebastiano; 3) San Marcellino; 4) San Luigi Gonzaga. Il motivo per il quale sono stati dipinti e collocati nella chiesa patronale è la salvaguardia della memoria storica del nostro paese. Questi santi, infatti, erano i titolari delle quattro chiese che in passato sorgevano nel perimetro dell’attuale piazza San Rocco e dintorni. Ma se molti sicuramente conosceranno quanto sopra ho scritto, pochi sanno quale santo è ritratto nel dipinto collocato nell’altarino laterale in marmo, a destra della navata, nella chiesa dello Spirito Santo. E’ uno dei dipinti più belli che possediamo. Ritrae il giovane San Vito a figura intera. E’ un dipinto di fattura molto fine e dalle proporzioni perfette. Sembra strano che questo Santo sia caduto nel dimenticatoio. In passato, solo i santi verso i quali vi era una forte devozione avevano “diritto” ad un altarino nel quale, il giorno della loro memoria liturgica, veniva celebrata una messa a loro dedicata. Il perché di questa devozione è dovuto ai rapporti commerciali che all’epoca i marinai scillesi intrattenevano con i “colleghi” siciliani. Ed è proprio grazie a questi rapporti che gli scillesi importarono il culto verso questo santo siciliano. Vito nacque a Lilibeo, attuale Mazara del Vallo (Trapani), nel 285. Dopo essersi convertito al Cristianesimo, ne studiò la dottrina. Il padre, però, essendo senatore romano e quindi nemico dei Cristiani, lo fece arrestare e fustigare. Vito, quindi, durante la notte, assieme alla sua fedele nutrice Crescenzia e al suo precettore Modesto, riuscì a fuggire da Lilibeo, raggiungendo Regalbuto (Enna) dove i tre trovarono rifugio in una grotta vicino alla quale, successivamente, venne costruita una chiesa dai Padri Cappuccini. Fu qui che Vito ottenne dal Signore di compiere il primo miracolo ricomponendo le membra lacerate dai cani di un ragazzo e di un pastore. I prodigi continuarono anche dopo che Vito si trasferì in Lucania. Qui, guarì dall’epilessia una nobildonna della corte di Diocleziano. Quest’ultimo, però, ritenne che il prodigio era frutto di stregonerie e lo fece arrestare insieme con i suoi fidi servitori che ormai, per Vito, erano come dei genitori, sottoponendoli ad estenuanti torture. Vito, così come Crescenza e Modesto, morì il 15 giugno del 304 a soli 19 anni. I corpi dei tre vennero sepolti dapprima in una grotta del fiume Silaro, successivamente spostati in una chiesetta vicino ad Eboli ed infine traslati definitivamente in una chiesa della città di Mariano. Nel 1540 Regalbuto ricevette delle reliquie di San Vito: parte del cranio, un braccio ed un piede che tuttora sono custodite in una cappella della chiesa madre. Poiché un tempo la sua memoria liturgica coincideva con un’altra festa popolare che prevedeva balli e danze sfrenate e scomposte, queste presero il nome di “balli di San Vito” , definizione utilizzata anche per designare l’epilessia. Ho scritto quest’articolo per far capire l’importanza delle opere che ornano le chiese. Da sempre i dipinti e le statue sono pagine di catechesi da sfogliare. Pensiamo al post-Medio Evo, quando le cattedrali erano completamente affrescate con scene bibliche. Lo scopo era quello di far conoscere la Bibbia anche alle persone analfabete che allora rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione. Anche oggi bisogna gustare la bellezza delle opere d’arte sacra, perché dietro ciascun dipinto e ciascuna statua sono racchiusi secoli di storia e, soprattutto, esempi da imitare di veri e propri Eroi della Fede!
.
Rocco Panuccio

24 agosto 2008

“CON GLI SCILLESI NEGLI STATI UNITI”

A seguito di espresso invito del Comitato Scillesi d’America per la ricostruzione della Chiesa di S. Rocco, il 29 novembre ci siamo recati in Port Chester io, l’arciprete don Mimmo Marturano e il signor sindaco dr. Caratozzolo, per partecipare ad un meeting di raccolta-fondi che si è svolto il 1° dicembre nel ristorante Alex e Hening in località Iaicester di New Rochelle.
Gratitudine e ringraziamenti sono stati espressi da me, in qualità di promotore della composizione dell’originario comitato del settembre 1973 per la raccolta dei fondi necessari alla ricostruzione della chiesa. Ho ricordato, in quella cerimonia di alto significato morale e religioso, le figure di coloro che, a distanza di 18 anni, non sono più fra noi: Varbaro Antonino, Varbaro Pasquale e Dominik Ciccone del comitato di Port Chester; Epifanio Bellantoni, Giovanni Primerano e Raimondo Anastasi del Comitato scillese, Francesco Corsaro del comitato canadese.
Un “grazie” particolare alla Signora Cacciola ved. Varbaro per la preziosa opera di continuità nella presidenza del comitato USA dopo la immatura dipartita del marito Antonino.
Ringraziamento ho anche espresso a tutti gli scillesi sparsi nel mondo, che si sono ritrovati uniti nella fede e nella devozione verso S. Rocco, manifestando la loro generosità attraverso le sostanziose offerte. Soddisfazione è stata manifestata per il raggiungimento della somma necessaria per la composizione e messa in opera del pavimento in marmo istoriato, per un ammontare complessivo di 125 milioni di lire.
E’ seguito l’intervento del sindaco Caratozzolo, il quale ha ringraziato per l’attaccamento dimostrato verso il paese natio, prima attraverso la realizzazione dell’ospedale e dopo con il contributo elargito per la ricostruzione della Chiesa di S. Rocco. Si è rallegrato per il felice inserimento di tutte le famiglie emigrate sia nel tessuto economico che nella vita democratica del paese che li ha ospitati, tanto che potrebbero essere di sprone per la maturazione democratica del loro paese d’origine.
Per questo ha auspicato che i rapporti possano ancora consolidarsi attraverso la costituzione di un comitato per gli emigrati a cui partecipino tutte le componenti sociali di Scilla e che solleciti le amministrazioni provinciali e regionali sui problemi dei nostri emigrati. In questo contesto, in occasione del 125° anniversario della fondazione di Port Chester, che cadrà il prossimo anno, si potrebbe organizzare un intervento culturale della tradizione scillese e attuare un gemellaggio tra le due città, con la partecipazione della rappresentanza del consiglio comunale.
Don Mimmo Marturano ha sottolineato che la ricostruzione della Chiesa di S. Rocco è stata una grazia, tenuto conto che tutti gli scillesi emigrati in Canada, Stati Uniti, Germania, Italia del Nord ed altre parti del mondo si sono ritrovati uniti attorno al Patrono. Ha raccomandato di mantenere l’unità per poter contare nella società pluralistica in cui sono inseriti, per custodire e trasmettere alle nuove generazioni i valori umani che non possono essere smarriti e tenere sempre vivo l’amore verso la terra natia.
Non è mancato un incontro affettuoso con i solanesi in Mont Kisco in casa del vicepresidente Currò, ove si è pure ribadita la necessità di rimanere uniti e cooperare con la comunità degli scillesi di Port Chester.
L’incontro con gli scillesi d’America è stato permeato da spirito di affettuosa ospitalità, che ha confermato ancora una volta la generosità di cuore dei nostri fratelli lontani e lo spirito di solidarietà che li lega in modo costante a Scilla ed ai suoi concittadini; particolarmente curata l’organizzazione delle varie fasi della cerimonia che è stata seguita fino alla fine dai componenti del comitato di recente costituito comprendente i nomi dei giovani: A. Bellantoni, presidente; C. Currò, vicepresidente; D. Fava, tesoriere; G. Lofaro, segretario. E dagli instancabili collaboratori P. Pirrotta, A. Varbaro, R. e P. Onorino, fratelli Famà ed altri di cui in questo momento mi sfuggono i nomi.

La permanenza in America, per quanto breve, è stata positiva e ricca di emozioni. Nelle varie visite presso le famiglie con ammalati o anziani, che più di tutti sentono il bisogno della vicinanza affettuosa di chi ricorda il paese natìo che forse non potranno più vedere, si è pure potuto fare visita al cimitero per pregare sulle tombe di concittadini colà deceduti.
Queste visite, anche se costano qualche sacrificio, sono molto utili per mantenere costanti i rapporti tra le due sponde, ma anche per consolidare le amicizie consacrate da decenni di vita e per rinsaldare l’unità in loco dei nostri emigrati, che altrimenti trovano sempre più difficoltà ad incontrarsi sia per le distanze che per gli impegni di lavoro che riempiono le loro giornate.
Per noi è stata una grande gioia poter condividere in questi giorni le loro soddisfazioni, le loro sofferenze, i loro problemi.
Francesco Como

(articolo tratto dal numero di dicembre del 1991 di “Insieme costruiamo la comunità”, mensile della comunità cristiana di Scilla dal 1983 al 2003).

16 agosto 2008

Un bambino del 1990 racconta la ricostruzione della Chiesa di San Rocco

Con questo articolo in ricordo dell'apertura della chiesa di San Rocco iniziamo anche noi i festeggiamenti in onore del nostro Patrono con foto e video dei due giorni più belli dell'anno. Buon Onomastico a tutti i Rocco e le Rocca del mondo! Buona Festa a tutti!


Oh! Come ricordo vivamente gli anni attorno al 1990!
Ero bambino. Per me, la Chiesa di San Rocco era sempre stata un cantiere aperto. Non l'avevo mai vista aperta al culto. Eppure, posso dire di aver respirato a pieni polmoni, fin dalla più tenera infanzia, l'atmosfera raccontataci da Francesco Como, in questo bell'articolo di diciotto anni fa. Oltre a Como stesso, posso dire di conoscere o aver conosciuto solo una parte delle persone da lui citate. "Don" Raimondo Anastasi che ancora ricordo con affetto quando simulava scherzosamente di aggredirmi con la sua stampella. E poi, naturalmente, Francesco Martello, che morirà prematuramente appena tre anni dopo, vero esempio, per me giovinetto, di fede nutrita di solide letture teologiche, filosofiche e storiche e di attaccamento totalmente disinteressato al bene della comunità parrocchiale e civile.
Per non parlare di don Mimmo Marturano, il cardetese dimostratosi nei fatti e con le parole "il primo degli scillesi", vero "deus ex machina" della svolta di metà anni '80 che condurrà all'inaugurazione della Chiesa il 16 agosto 1990 ed al quale auguro con tutto il cuore ancora lunghi decenni di buona salute e di serenità.
Tutta la mia infanzia, infatti, era stata scandita dalle varie tappe del processo di riedificazione del santuario. Dall'appuntamento mensile con la sottoscrizione per il Comitato Ricostruzione. Dalle relazioni sullo stato dell'arte pronunciate da don Mimmo prima della conclusione delle celebrazioni eucaristiche domenicali e festive o lette sul mensile parrocchiale (a proposito: non è bello vederlo rivivere sulla rete internet?!). Ricordo come fosse oggi quel 16 agosto e, prima ancora, la preparazione liturgica che, insieme con gli altri ministranti del tempo, affrontai con l'Arciprete per non demeritare il ruolo di "candeliere" di quella storica celebrazione eucaristica di dedicazione della Chiesa, che mi ero "guadagnato".
Ricordo perfettamente quella sensazione d'incredulità. Quel guardare e riguardare l'esterno e l'interno della Chiesa come di fronte a qualcosa di "magico", di "irreale" che diventava "reale".
Forse gli adulti e gli anziani del tempo, che pure ebbero il merito storico di ottenere quello straordinario risultato, oltre ai giovanissimi di oggi, non possono comprendere l'emozione che si prova a vedere edificato un luogo che tu già sai far parte della tua fede, della tua identità familiare, parrocchiale e cittadina e della tua cultura, ma che non hai MAI visto prima...
Amo i ricordi. Meno, la nostalgia.
Ma non posso non auspicare il ritorno di quell'eccezionale spirito di comunione e di solidarietà fraterna, di capacità di porsi un obiettivo storico comune e di tenacia nel perseguirlo che fece realizzare al popolo di questa piccola città, sparso per i cinque continenti, cose tanto grandi che difficilmente si sarebbe trovato qualcuno disposto a scommetterci.
Viva San Rocco! Viva la vera scillesità!

Giovanni Panuccio
http://giovannipanuccio.blogspot.com/

Articoli correlati in Scillachiese:
W Santarroccheddu;
"LA GRATITUDINE DA CONSERVARE PER TANTA BUONA GENTE";
"LA STATUA MARMOREA DI SAN ROCCO";
San Rocco : Un Santo per Amico.

Articoli correlati in siti amici:
SAN ROCCO DI MONTPELLIER "L'EROE DELLA CARITà", tratto da madonnamonasterace.blogspot.com.

09 agosto 2008

"LA GRATITUDINE DA CONSERVARE PER TANTA BUONA GENTE"


Nel settembre del 1973, in occasione di un viaggio in U.S.A. per motivi familiari, in un incontro con un gruppo di scillesi in Port Chester durante un “Given” in mio onore, espressi l’idea di costituire un comitato per la ricostruzione della chiesa di San Rocco danneggiata durante l’ultimo conflitto mondiale dai bombardamenti. L’idea fu recepita e, seduta stante, fu nominato presidente il compianto Nino Varbaro. Nel maggio del 1974 anche a Scilla si costituiva un comitato per lo stesso scopo, presidente l’arciprete del tempo don Andrea Cassone ed il sindaco del tempo prof. Giuseppe Vita, vice-presidenti Francesco Como ed Epifanio Bellantoni, cassiere Raimondo Anastasi e segretario Francesco Martello. Il compito del comitato era quello di affiancare e dare massima collaborazione all’ufficio tecnico della Curia Arcivescovile oltre a fare pressioni politiche per ottenere i relativi finanziamenti e superare le difficoltà burocratiche presso gli uffici statali (Genio Civile, Provveditorato per le Opere Pubbliche, Ministero dei Lavori Pubblici). Da allora fino ad oggi questo Comitato ha egregiamente svolto il suo ruolo, tenendo i contatti con il comitato americano e gli altri comitati costituitisi subito dopo in Canada e in Australia. La Chiesa di San Rocco che durante l’ultima guerra mondiale era stata seriamente danneggiata, abbisognava di interventi finalizzati al suo recupero; a tale scopo l’arciprete mons. Santo Bergamo aveva presentato una domanda di risarcimento per danni di guerra tramite l’ufficio tecnico della Curia (1953) con una perizia che calcolava l’importo necessario in 10.000 lire del tempo. Successivamente tale somma, insufficiente per la realizzazione dell’opera, venne elevata nel 1976 a lire 68 milioni da parte del Genio Civile, dietro un sopralluogo effettuato che aveva permesso di constatare l’aggravamento dei danni per il trascorrere del tempo. L’anno successivo (1977) l’arcivescovo mons. Ferro proponeva lo storno di fondi di altre chiese della diocesi per l’importo di 37 milioni, elevando la disponibilità complessiva a 105 milioni. Sulla base di tale disponibilità l’arch. Santelia, incaricato dalla Curia Arcivescovile, redigeva un progetto di ricostruzione per i lavori necessari. Purtroppo detto progetto non otteneva il consenso da parte del comitato per l’arte sacra della diocesi né dal comitato-ricostruzione di Scilla (1978). Quel progetto seguito l’iter burocratico per l’approvazione nella Pontificia Commissione di Arte Sacra di Roma, della Soprintendenza per i beni culturali di Cosenza e del Provveditorato Opere Pubbliche di Catanzaro, venne approvato il 1 agosto 1979. Successivamente, a causa dei sensibili aumenti dei materiali e della mano d’opera, la somma prevista diveniva insufficiente per cui si richiedeva un aggiornamento dei prezzi, fino a raggiungere la somma complessiva di oltre 453 milioni. Poiché il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Catanzaro non disponeva della somma in bilancio, veniva redatta una perizia di un primo lotto per 274 milioni approvata il 19 marzo 1980. Terminata la fase burocratica i lavori venivano affidati dalla Curia Arcivescovile all’impresa Pizzonia che dava inizio ai lavori in data 8 luglio 1980. Il resto è storia recente: l’impresa Pizzonia, purtroppo, ha dovuto rescindere il contratto per difficoltà di natura economica ed i tempi di realizzazione, previsti in 24/36 mesi cominciarono ad allungarsi oltre ogni logica previsione. L’arrivo di don Mimmo Marturano, il lancio della sottoscrizione popolare, i contatti riallacciati con i comitati esteri e gli uffici statali, la divulgazione di tutte le iniziative assunte a mezzo del periodico parrocchiale, la generosità della gente dimostravano giorno dopo giorno la possibilità di giungere finalmente all’agognata meta. A questo punto è doveroso ringraziare, per l’interessamento e per le cure sollecite dimostrate, in primo luogo Sua Eccellenza mons. Ferro ed il suo successore mons. Sorrentino; un pari elogio ed analogo ringraziamento ai componenti l’Ufficio Tecnico della Curia Arcivescovile: mons. Crea, il compianto d. Rosario Caratozzolo, mons. Caruso ed il signor Albanese. Un particolare grazie al geom. Camillo Fava ed al sig. Giuseppe Bombara per l’attenzione prestata al progetto in ogni fase di esame presso gli uffici del Genio Civile. Occorre poi sottolineare la sensibilità dimostrata dai responsabili della Soprintendenza ai Beni Culturali di Cosenza come pure la fattiva collaborazione dell’on. Franco Bova, che ha portato alla concessione di un primo finanziamento di 274 milioni (marzo 1979) e dell’on. Mario Tassone per il finanziamento del secondo lotto per l’importo di 140 milioni (giugno 1985). Né si può tralasciare di ribadire la squisita sensibilità degli scillesi d’America a d’Australia, grazie ai quali l’iniziativa ebbe il suo avvio ed il felice coronamento. Ai sacerdoti che si sono succeduti dal 1976 a tutt’oggi nella parrocchia – don Andrea Cassone, don Pietro Scopelliti, i PP. Barnabiti, don Pippo Curatola e, più ancora, don Mimmo Marturano per la sua tenacia. Ad opera conclusa si può dire che il nuovo tempio di San Rocco è, come nei tempi antichi, opera della collettività scillese e degli uomini di Calabria.

Prof. Francesco Como
(articolo tratto dal numero speciale di “Insieme costruiamo la comunità”, mensile della comunità cristiana di Scilla dal 1983 al 2003, pubblicato in occasione della riapertura al culto della Chiesa di San Rocco il 16 agosto 1990)

03 agosto 2008

"LA STATUA MARMOREA DI SAN ROCCO"

Tante sono le opere d’arte che ornano le nostre bellissime chiese. Fra queste, senza dubbio, la più prestigiosa è la statua marmorea raffigurante San Rocco che sovrasta il maestoso altare maggiore dell’omonima chiesa. E’ tale in virtù del suo inestimabile valore artistico-culturale ed ovviamente affettivo. Intorno ad Essa ruotano diverse leggende che spesso si intrecciano con la storia reale. L’importanza artistico-culturale deriva innanzitutto dall’epoca a cui risale – tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo - in secondo luogo dalla sua città di provenienza - Venezia - ed infine dalla sua pregevole fattura. La statua marmorea di San Rocco fu la prima effige raffigurante il Santo pellegrino che ebbe Scilla. Il periodo a cavallo tra la fine del ’400 e l’inizio del ’500 vide la terra di Calabria ed in particolar modo il Reggino, devastata dal morbo della peste. Scilla miracolosamente ne uscì indenne (come avvenne del resto anche nei secoli successivi) e i marinai scillesi che intrattenevano rapporti commerciali con Venezia vennero a conoscenza dell’esistenza di un Santo protettore contro la peste i cui resti mortali erano conservati proprio nella città veneta. Riconoscendo allora la particolare protezione esercitata da San Rocco nei confronti della loro città, gli scillesi decisero di introdurre il culto al Santo Pellegrino, elevandolo a patrono della città, in luogo di San Giorgio che lo era stato fino a quel momento e che ancor oggi dà il nome al quartiere principale della città. Grazie agli intensi rapporti con i veneziani, dovuti appunto all’attività commerciale, gli scillesi chiesero ed ottennero due reliquie del Santo tuttora conservate presso la sua chiesa, e portarono una bellissima scultura marmorea che lo raffigurava, di stile bizantino-veneziano. La statua poggia su un bassorilievo ad ornato ed entrambi sono di marmo pario greco a grana finissima. La statua è ad altezza naturale. Con la mano destra sorregge il bastone, mentre con la sinistra indica la piaga sanguinante. L’interno della tunica è dipinto di un verde intenso così come gli orli, mentre i capelli sono dorati. Alla sua sinistra è scolpito un angioletto che mostra il segno del morbo pestifero (il cane con il pane in bocca sarà rappresentato solo in epoca più recente) ed indossa una graziosa tunica con gli orli dorati così come dorati sono anche i suoi lunghi capelli. Della presenza di questa statua troviamo traccia tra gli scritti relativi alla prima visita pastorale di mons. Annibale D’Afflitto del 1594 durante la quale, tra le altre cose, visitava la chiesa di San Rocco con relativa confraternita. Scilla inoltre è l’unica città della vasta arcidiocesi Reggina-Bovese a possedere una statua di marmo raffigurante San Rocco, statua che non è presente neanche nei centri rientranti nella competenza di altre diocesi dove è particolarmente sentito il culto al Santo Romeo, come Palmi, Gioiosa Jonica, Acquaro o Cittannova. Attorno al suo arrivo a Scilla ruotano diverse leggende. Secondo una di queste, la statua venne portata insieme con quella sempre marmorea raffigurante l’Immacolata, e dopo aver collocato quest’ultima nel rione superiore (attuale chiesa di San Rocco ) e San Rocco in quello inferiore (attuale chiesa Matrice), li videro l’indomani in posizione invertita. Senza scoraggiarsi spostarono nuovamente le due statue per ben tre volte, ma dopo il terzo giorno, con stupore, capirono che San Rocco voleva rimanere nel quartiere alto, mentre l’Immacolata in piazza Matrice, ossia il punto di mezzo del Paese. Un’altra leggenda narra che, mentre trasportavano la statua, arrivati all’altezza dell’attuale tabacchino in piazza San Rocco, cadde il bastone (tutt’oggi il bastone della statua è in legno perché manca quello in marmo) ed in quel punto crebbe un grandissimo albero. Era talmente maestoso e verdeggiante che portava ombra al palazzo alle sue spalle di proprietà della famiglia Cimino la quale - infastidita dall’ombra - decise di tagliarlo. Sempre secondo la leggenda tutti i componenti di questa famiglia caddero in disgrazia e scomparvero da Scilla. Infine, un’altra legenda, che si intreccia però con la storia, è quella secondo la quale inizialmente la statua veniva portata in processione per le vie del paese. Questa tesi è suffragata dall’usura del piede sinistro causata dalle carezze dei fedeli. Sarebbe stato impossibile levigare il marmo se la statua fosse sempre stata collocata sull’altare maggiore… Scilla, come si può notare, ha sempre avuto un intenso legame con il nostro amato Patrono ed è davvero triste vedere l’agonia materiale e spirituale in cui versa la nostra amata Chiesa patronale. Ma la cosa che più d’ogni altra mi reca sofferenza è il silenzio e l’indifferenza di moltissimi scillesi, grazie anche al sacrificio dei quali è stato possibile ricostruire il nostro bellissimo Santuario. Spero che, anche grazie a queste brevi righe, si possano svegliare le coscienze e si possa riuscire a salvare quello che ormai è destinato alla distruzione.

Rocco Panuccio

31 luglio 2008

San Rocco : Un Santo per Amico

In questi giorni, ognuno di noi si prepara, a suo modo, a rivivere l'attesa Festa di San Rocco.
Senza fare retorica, credo che ogni scillese - ovunque si trovi nel mondo - con l'animo ritorna a Scilla. Non solo chi è partito tanti anni fa, ma anche le nuove generazioni che sono nate e cresciute in terre lontane e che dai familiari hanno appreso l'amicizia fedele che li lega a San Rocco.
Questo si può notare dalla presenza costante d'emigrati che in occasione della festa ritornano a Scilla. Questo legame che gli emigrati hanno con Scilla non è solo apparente ma sostanziale. Tutti sanno che - sia in passato che di recente - quando "il paese" ha avuto "bisogno", il loro cuore, e non solo, è stato sempre presente. San Rocco con la sua vita c'insegna che ognuno di noi per amore di Dio deve farsi carico del prossimo, non solo a parole ma soprattutto con i gesti e con la "Carità". La Carità per San Rocco divenne il centro della sua esistenza. Nel prossimo - malato, povero, oppresso, ecc. - Egli vedeva Cristo. Per questo abbandonò la sua vita e tutti i suoi averi per poter servire Cristo nel bisognoso.
Noi di certo non siamo degni di paragonare la nostra vita con quella di un gran Santo come il nostro Patrono, ma la sua amicizia ci ha indotto a costruire opere di carità sia nel nostro paese che nel mondo.
Basti ricordare l'ospedale "Scillesi d'America", fondato con il decisivo contributo dei nostri concittadini emigrati i quali - non dimenticando il loro paese - hanno voluto donare allo stesso una così importante opera d'assistenza.
Oggi purtroppo sembra che tutti abbiano dimenticato tutto questo. In special modo chi è competente cerca di sminuire la grande importanza che l'ospedale riveste per Scilla e per il suo circondario e fa poco o nulla per scongiurarne il rischio di chiusura.
La Casa della Carità, fiore all'occhiello di Scilla - anch'essa frutto della carità degli scillesi e del suo fondatore che donò la sua abitazione per far nascere quest'opera - è stata sostenuta fino a pochi anni fa da innumerevoli volontari e dall'aiuto di molti.
Molte sono state le opere verso i bisognosi di diverse parti del mondo. In questi ultimi decenni, attraverso la conoscenza di padri missionari e no come Padre Mario Pesce, Padre Erminio Arbitrio (d'origine scillese), il ruandese Don Afrodis (collaboratore, fra il novembre 2002 e il settembre 2003, dell'amministratore della nostra Parrocchia) e tanti altri, abbiamo aiutato famiglie bisognose o comunità disagiate ecc.
Infine, la chiesa di San Rocco che - come scritto nell'epigrafe - è il "simbolo plastico dell'unità degli scillesi di tutte le generazioni". Ricordo una frase del nostro amato Don Mimmo che, in un'omelia, per descrivere la generosità degli scillesi, disse che per scrivere tutti i nomi di coloro i quali contribuirono al restauro della chiesa non sarebbero bastati né i muri né il pavimento.
Finisco ricordando a tutti noi che, pur nelle difficoltà, l'antica amicizia che ci lega al nostro Patrono non deve venir meno mai!
La giornata dedicata agli emigrati, nell'ambito della Festa patronale, è stata, purtroppo, soppressa da qualche anno. Lo stesso vale per tante altre iniziative. Spero che ognuno di noi, consapevole della ricchezza delle nostre esperienze, continui ad operare nel senso dell'amicizia e della solidarietà. Accogliendo gli amici emigrati e contribuendo alle opere di carità. E che l'amicizia che abbiamo verso San Rocco, insieme con la Fede nel Signore che San Rocco stesso c'insegna ad avere ogni giorno, non venga mai meno!
Buona Festa a tutti!
Costantino

29 giugno 2008

San Rocco inizia la Festa

Questa Domenica iniziano le Domeniche in preparazione alla Festa di San Rocco. Tutti aspettiamo che le porte della cappella che per un anno, ha custodito la n.s. Venerata Statua si aprano e tutti insieme possiamo rivivere quell'emozione che proviamo nel rivedere un amico al quale ci lega l'amore di Cristo. Tutti accompagneremo la statua in chiesa con il cuore pieno di gioia e di emozione. Quest'anno quest'evento è ritornato nella TRADIZIONE, cioè di domenica non il sabato. Speriamo che queste domeniche in preparazione all'attesa Festa del n.s. Patrono siano ricche di momenti di fede. Noi tutti affidiamoci al n.s. Protettore affinché la sua amicizia ci guidi per il giusto cammino.



“ SANTA ROCCU U PRUTITTURI “

Ogni annu o bona genti, puntuali ndi ncuntramu,
nta sta chiazza tutti allegri, cu sta festa ndi scialamu.
Cu a scasa e cu a nginocchiu, a Santa Roccu ndi priamu,
se campamu l’annu chi veni, sempri cca mi ndi ritruvamu.

O Beatu Santa Roccu chi ra Francia Tu vinisti,
pi li poveri e li malati, ogni mumentu tu priasti.
Paisani e furisteri, chi i luntanu vui viniti,
e cu tanta cuntittizza, a Santa Roccu vui lurati.

Santa Roccu ra Gran Putenza, siti chinu ri bontà,
ogni annu cu primura, tanta genti veni cca.
Ma veni cca nti Tia, chi pi tutti si tantu bonu,
purtamu an processioni, Santa Roccu lu patronu.

Simu allegri e assai cuntenti, chi priparunu a To festa,
candu nesci ra To Cresia, tutta a genti e dda ca spetta.
Priparandu i Triunfinu, e lu focu i mezzanotti,
a Scilla cca nti nui, rriva genti i tutti i parti.

Sintiti bona Genti, ieu chi vi vosi riri,
pi Scilla e furisteri, sta canzuni vosi cantari.
Ma prima mi finisciu, u cori ieu mi toccu,
grirati assiemi a mia, EVVIVA SANTA ROCCU !!!

SALVATORE BRIGANTI

Le foto dell'uscita di San Rocco 2008






AVVERTENZA: La colonna sonora del video - costituita dalla marcia "Parata d'Eroi" eseguita dalla Banda "Città di Scilla" - è stata aggiunta in fase di montaggio dal WebmasterScillachiese in quanto - fin dall'ormai lontano 2004 - le autorità parrocchiali subentrate l'anno prima non ritengono necessaria la presenza della Banda nelle tradizionali cerimonie di Esposizione e Riposizione della venerata statua di San Rocco. (lo staff di Scillachiese)

20 febbraio 2008

Le Chiese di Scilla

La chiesa Matrice

Parlare delle nostre chiese non è facile. La Storia di Scilla com’è ben noto si perde nella notte dei tempi. Già colonia greca prima dell’era cristiana, i suoi abitanti si spostavano in diversi porti del mediterraneo in modo particolare verso oriente, quindi presumibilmente, gli abitanti di Scilla entrarono subito in contatto con i cristiani dei primi secoli, ciò è testimoniato dalla menzione che San Girolamo fa nel III libro delle sue opere. Nel viaggio verso la Palestina, arrivato a Scilla, ebbe dai mariani di questo lido indicazioni precise sulla rotta più sicura da seguire per il suo pellegrinaggioverso la Terra Santa, questo nel 385 d.c. .
L’abitato di Scilla già dai primi secoli si è sviluppato sempre attorno alla rocca, il luogo dove ora sorge la chiesa Matrice che i bizantini chiamavano mesa, molto probabilmente è stato deputato sempre a luogo di culto, forse esisteva qualche tempio pagano che in seguito è stato adattato al culto cristiano, probabilmente è il luogo dove sorse la prima chiesa cristiana, per questo Matrice, cioè Madre. Questa chiesa è stata dedicata sempre alla Madonna, inizialmente sotto il titolo di Odigitria, Colei che indica la via. Nei secoli successivi furono costruite diverse chiese. La seconda costruzione sacra, fù edificata sulla rupe, dove oggi sorge l’antico faro, dai monaci basiliani che in quel luogo tra le rovine delle antiche fortificazioni fondarono anche un importante monastero. Entrambi furono dedicati a San Pancrazio. Delle altre chiese non ci sono notizie precise sulla loro fondazione, sicuro è che molte di esse, in modo particolare quelle del centro storico risalgono al periodo bizantino. Gli ultimi lavori di restauro della chiesa di San Giuseppe già dell’Annunziata, come riporta il canonico Minasi in “Notizie storiche sulla città di Scilla”, hanno portato alla luce le fondamenta di una più antica chiesa di epoca bizantina di piccole dimensioni con abside semicircolare e un piccolo vano nartace che serviva per ospitare i non battezzati.

Nel rione San Giorgio chiamato così per la presenza di una chiesa omonima situata verosimilmente dove oggi sorge la chiesa di San Rocco.


Nel lato opposto della stessa piazza sorgeva la chiesa del Rosario dove esisteva la confraternita detta dei nobili, all’inizio di via Umberto I vi erano, la chiesa di San Sebastiano, verso la metà della stessa la Chiesa di San Marcellino, infondo alla via vi era la chiesa di San Luigi “Sant’Aloj” oggi del Carmine . Dopo il terremoto del 1894 dove allora iniziava il paese fu eretta una cappelletta votiva dedicata a San Rocco, dopo il terremoto del 1908 nella zona centrale di questa via fu eretta la chiesa di San Giovanni dono del papa del tempo.

Nel Rione Marina Grande esistevano diverse chiese. Partendo da punta Pascì vi era la chiesa dell’Addolorata un tempo sul promontorio in seguito costruita dove ora c’è il belvedere Morselli a forma di tempietto semicircolare e di questa costruzione rinane una sola colonna, la Chiesa delle Grazie sorgeva dove ora c’è il muro della stazione proprio dove c’è l’entrata del lungomare, di questa chiesa si conserva la pala d’altare del XVI secolo e alcuni marmi custoditi a matrice. Nella marina c’erano anche la chiesa di San Nicola oggi l’argo San Nicola, la chiesa di Santa Caterina, nei pressi della chiesa dello Spirito Santo, gioiello architettonico dell’1700.
Infine a Chianalea esistevano oltre la chiesa dell’Anunziata ora S. Giuseppe, già citata, la Chiesa di Santa Lucia della quale si conserva la pala d’altare,e la chiesa di S. Maria di Porto Salvo ancora esistente, situata al centro del quartiere.
Oltre alle chiese citate esistevano e tuttora esistono diverse cappelle al di fuori del centro cittadino, le più conosciute sono la chiesa di San Giovanni nella parte alta di Jaracari oggi diroccata, rimane solo una cappelletta costruita di fronte, la cappelletta di San Giovanni di Mezzo anticamente romitorio Basiliano, e la cappelletta di San Rocco nei pressi della località Boccata.
Di tutte queste chiese oggi ne rimangono sette, resistite alla furia dei terremoti, allo scorrere inesorabile del tempo ed all’incuria degli uomini. Queste chiese rappresentano la storia e la fede degli scillesi, sono un tesoro da custodire e tramandare gelosamente. Purtroppo dal 2003 le nuove autorità parrocchiali hanno deciso di abolire la memoria liturgica della Vergine e dei santi legati alle diverse chiese, chiudendo le stesse alla fruibilità dei fedeli e dei turisti.
L'Auspicio è che l’enorme tesoro spirituale e artistico delle chiese scillesi non vada perduto per sempre.
Costantino

24 gennaio 2008

Un ritrovamento davvero Miracoloso

La mia grande devozione verso il nostro Santo Patrono mi ha spinto sin dalla più tenera età a documentarmi riguardo la vita del nostro protettore e soprattutto riguardo l’antichità del culto a Scilla. Fra i molti testi visionati, senza dubbio il più completo ed esauriente è stato il prezioso volumetto “CENNI SULLA VITA DI SAN ROCCO DELLA CROCE” scritto dall’illustre Canonico Giovanni Minasi nel 1886 e recentemente ripubblicato a cura di Pasquale Arbitrio che lo ha arricchito inserendo le preghiere devozionali e le immagini più caratteristiche della festa. Tra le altre cose, nella parte riguardante l’antichità del culto a Scilla, il canonico parla della presenza nella nostra chiesa patronale di due reliquie, traslate da Venezia da marinai scillesi tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Una delle suddette reliquie è così descritta: quest’osso è quasi intero,ma vedesi solo un po’scheggiato e rotto dalla parte dell’apice,ed è sostenuto da quattro uncinetti in una teca d’argento. Esso è lungo millim. 45, largo dalla parte della base millim. 26,e dalla parte dell’apice millim. 15. Su si essa si legge S.Rochus e fu riconosciuta da periti dell’arte per l’apofisi acromion che fa parte della scapola. La curiosità mi pervase subito, perché mentre conoscevo bene la reliquia che durante i festeggiamenti viene collocata sul petto della statua, ignoravo completamente l’esistenza di quest’altra. Iniziai allora a fare delle ricerche che durarono circa due anni e che però non avevano portato buoni risultati: sembrava infatti che questa reliquia si fosse dissolta nel nulla, fino a quando, sia pur a malincuore, lasciai perdere completamente la faccenda. Una sera di novembre 2005, su proposta di Giuseppe Fontana, ci recammo alla “Casa della Carità”, per portare in parrocchia dei paramenti sacri lì custoditi, per poi, su invito del direttore della casa di cura, prendere in consegna anche degli oggetti sacri. Gli oggetti erano riposti in quattro scatole suddivise in base alla chiesa cui appartenevano (Matrice; S.Rocco; Spirito Santo; Porto Salvo) e portatele in sacrestia iniziammo ad aprirle per catalogarne i pezzi. Mentre ne scartavo una, mi venne tra le mani una teca un po’ malridotta, con all’interno un pezzo di osso capovolto: capii subito cosa avessi tra le mani, ed una grande emozione mi pervase! Il giorno dopo ci recammo con Giuseppe in Curia arcivescovile dove ci rassicurarono sull’autenticità della reliquia, quindi ci adoperammo affinché la teca venisse restaurata, e tutto ciò avvenne grazie all’aiuto economico della Signora Ninuccia Pippia, sempre attenta e sensibile riguardo il nostro patrimonio parrocchiale. Dopo questa bellissima esperienza, ho capito che il Signore sa quando una persona desidera una cosa con cuore sincero e non per il bene personale, ma dell’intera comunità, e di conseguenza con amore paterno provvede ad esaudire i propositi che, come in questo caso, appaiono irrealizzabili!

Rocco Panuccio